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Giada Regis 3/11/2020

Dal mio bozzolo di falena 
3 Marzo 2020 

Ciao... 
Vorrei tanto poterti dare un nome, definirti.  
Sono molto perplesso riguardo il come: ormai è qualche mese che ascolto i tuoi racconti, storie belle, felici, tristi, dolorose e ancora novelle fantasiose e sognatrici.  
Sì, mi hai decisamente confuso. Come sai, non ho ancora coscienza di questo mondo. 
Mi sembra, però, che le tue idee siano vaghe tanto quanto le mie, eppure sei tu che vivi da più tempo, nonostante ciò, non sai con certezza. Hai vantato di essere “madre”, “donna”, “essere umano” e “schiava”. 
Potrai ben capire dunque che le mie idee non siano così chiare riguardo chi tu sia, ma definiamoti come “mamma”. Da quanto ho capito, è una variante più informale rispetto al primo nome che ti sei data “madre”. Le prime parole della tua presentazione sono state “sono tua madre”. 
Devo confessarti che dentro il mio bozzolo, l’udire quella parola, ogni volta provocava un gran frastuono, non so dire se fosse il mio cuore che batteva, ma sentivo un gran chiasso. 
Nulla di brutto però, quel dolce suono che emettevi, mi riempiva di uno di quelli che mi pare aver capito essere un sentimento, una sensazione strana. Tutte le volte che le mie orecchie udivano ciò, si creava un gran trambusto nel mio stomaco, qualcosa di molto simile a quelle fantomatiche “farfalle” di mi cui mi parlasti a proposito di amore e di me come frutto di quest’ultimo. Amore, sembra essere un’emozione mistica che nessuno ha ancora mai capito e che continua ad essere studiata da tante persone, ormai da tempi antichi, le quali hanno scritto e scrivono di amore per donare il loro significato a una parola così assurda. 
Mamma, a proposito di scritti, volevo ringraziarti: sai dalla mia casa, ho sentito tante storie e pian piano ho iniziato a ragionare. Parlando di parole, mi hai raccontato di un pazzo, un certo Luigi Pirandello che ha scritto di come queste siano vuote e che ognuno le riempia con i propri significati e di quanto sia difficile intendersi. 
Credo abbia proprio ragione e che le parole siano un mistero. 
È vero che ognuno le interpreta a modo proprio e che il significato attribuito da me è diverso da quello attribuito da te e che quindi si crede di intendersi, ma in realtà non ci si è intesi affatto. 
Ecco forse è questo il punto, io dentro il mio caldo scrigno ho inteso qualcosa di diverso da te, forse proprio la parola “mamma”. 
Francamente, ho inteso qualcosa che tu probabilmente non avevi ancora capito a modo mio, perché per me una mamma è quella che come un tempo hai fatto tu, ti racconta della ginestra di Leopardi, di come “Fiorire si può e si deve, anche in mezzo al deserto, perché se le cose fragili come un fiore di ginestra lo sanno fare, anche noi siamo chiamati a farlo”. Di me insomma, io sarei stato in questo mondo un fiore, molto fragile che avresti curato per far  che un giorno ci fosse un campo di ginestre, e sì mamma, confesso che mi sarebbe piaciuto essere uno di quei fiorellini gialli. 
Ahimè, ho scoperto che la mia mamma era diventata falena, tutto ciò che gradualmente e silenziosamente divora, consuma o distrugge qualunque altra cosa: la mia mamma aveva studiato. Scienza e filosofia.  Arricchita di conoscenze, avida come una bestia mi hai inondato di lacrime, il tuo cibo per eccellenza: tu da mamma sei diventata falena, una della peggior specie, tra quelle che vivono di lacrime e ingorda le hai scaricate su di me. Mi hai affogato e così l’estate per me non è mai arrivata, io non ho mai volato.   
Tu il 3 Marzo 2020 mi hai ucciso. 
Stai tranquilla, non sono arrabbiato, ti perdono, sono felice. 
Non avrei voluto, essere figlio tuo, nutrirmi di lacrime altrui. Toltomi questo peso del futuro, ti dico grazie mamma, nascerò un’altra volta.
Vorrei che mi lasciassi parlare, sento il bisogno di farti avere la mia visione riguardo quello che hai fatto. Voglio parlare di scienza e filosofia, che tanto hai studiato e han fatto sì che mutassi in falena. Parto con Kant, un signorotto che sentenziava “L’uomo va trattato sempre come fine e non come mezzo. Obbligare le donne alla generazione ogni volta che rimangono incinte, significa trattare il corpo delle donne come mezzo di riproduzione, che poi è anche l’indicazione cristiana, che l’uomo va trattato come un fine e non come mezzo, che l’uomo è persona e non strumento”.
Tu mamma sei stata superficiale, ti sei convinta di ciò e sei arrivata ad accusarmi, pensando che io fossi il tuo padrone e che andavo contro ogni precetto adorato da te. Tutto questo astio nei miei confronti solo per dovermi sopportare semplicemente per nove mesi. Io ero troppo fragile al mondo, non ce l’avrei fatta anche volendo. Mi chiedo perché tu non abbia pensato che anche io, come te, potessi essere una persona. Non hai riflettuto a ciò, vero? Come un semplice gioco che dopo un po' annoia, mi hai buttato via. Per te, sono stato uno strumento e Kant non voleva insegnarti questo. 
Sai mamma, quando mi parlavi di lui, avevo capito che anche io avrei dovuto avere un fine. 
Il mio era quello di vivere, accanto a te e di amarti, avrei scritto anche io di amore, del nostro amore se solo tu mi avessi dato la possibilità.  
Tu hai deciso. Mettere un punto, prima che il bozzolo si rompesse e io potessi volare, avrei voluto farlo, come una farfalla sì, falena no.  
Hai deciso di ascoltare la tua amica scienza che ti raccontava di come io fossi soltanto una cellula che si moltiplica e non la rappresentazione della vita.  
Di quanto sia impensabile provare sofferenza per l’uccisione di una cellula, quando la razionalità urlava che piangere per essa vorrebbe dire portare il lutto ogni volta che i duecento milioni di spermatozoi non arrivano. Peggio: bisognerebbe portare il lutto ogni volta che un uovo viene fecondato, pensando ai centonovantanove milioni e novecentonovantamilanovecentonovantanove spermatozoi, i quali muoiono sconfitti da uno solo.  
Hai ascoltato un solo un punto di vista, quando la scienza è un continuo progresso e crede fermamente che la vita sia nel patrimonio genetico. Tu mamma, ti sei informata e sapendo tutto ciò mi hai buttato, non hai pensato che io con la mia forza, ero riuscito dopo tanti sforzi ad essere il frutto di due vite, unico, prezioso e raro quanto una vincita alla lotteria. Avrei meritato di vivere, per rispetto nei confronti di chi non c’è più, di quelli che ti hanno dato la possibilità di farlo e nel rispetto per te, avresti potuto mettere da parte il tuo egoismo ed essere un po' più umana.  Avevo un fine io, e tu con le tue credenze hai usato come strumento me, una vita, ciò è abominevole. Mi hai cacciato e poi hai pianto e ancora piangi, perché? 
Non voglio risposte, questo è tutto, non porto rancore e voglio vederti tornare felice. Finisco qui. Volevo solo dirti che io quella parola composta da “portare via” e “vita”, definita come aborto, non la condivido, tutti i punti di vista sono giusti, il tuo fine sarebbe stato quello di farmi nascere dal nulla per farmi tornare dal nulla e io non ho voluto, dunque non sono esistito. 
Ora, il mio fine è cambiato, sono felice, tu mi hai annegato e fatto scoprire quanto sia vero ciò che dicono: quando stai affogando il corpo rilascia migliaia di endorfine e sembra di vivere un sogno. Grazie, le tue parole e le tue lacrime hanno fatto in modo che io potessi sviluppare una mia coscienza, ora lo so, ora lo ho.  
Un sogno: quando nascerò, voglio essere una farfalla e far prolificare tanti alberi di ginestra. Dall’esperienza che non mi è stata concessa, dalla distruzione, rinascerò come una fenice, ti sono immensamente grato, ti amo!

Felicemente, la tua farfalla mancata. 

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ITIS Sogno Nome Felicità

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